Stanchezza del terreno, inquinamento da nitrati delle falde, basso contenuto di sostanza organica, rischio di desertificazione, facile formazione di crosta, compattamento, erosione, aumento dei consumi energetici per le lavorazioni e per la difesa dai parassiti: questi sono alcuni dei problemi che angustiano la nostra agricoltura, ma che potrebbero essere risolti se il terreno fosse considerato per quello che realmente è, uno straordinario sistema vivente.

La fertilità di un terreno non è determinata semplicemente dalla sua dotazione in principi nutritivi (fertilità chimica), ma soprattutto dalla sua capacità di essere ospite di vita. La ricchezza in specie di un ecosistema, lo porta a essere stabile; la stabilità genera fertilità e la fertilità porta abbondanza e alta qualità nelle produzioni. I sistemi di coltivazione biologica dei terreni rappresentano un’alternativa alle tecniche convenzionali, perché potenzialmente più efficaci nell’aumentare e conservare la dotazione di sostanza organica del suolo, fondamentale per il mantenimento della fertilità. La sempre maggior difficoltà nel reperire sostanza organica di buona qualità e la ancora maggior difficoltà di creare un ciclo energetico virtuoso all’interno dell’azienda agricola, combinando produzioni vegetali con produzioni animali, sono alcune tra le motivazioni che hanno stimolato l’avvio di un’indagine sui vari aspetti della fertilità, sui metodi per monitorarla, sulle tecniche per mantenerla.

Avvicendamenti, consociazioni e fertilità in agricoltura biologica

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La biodiversità che dovrebbe essere promossa nella pratica agricola non dovrebbe riguardare esclusivamente la presenza di organismi viventi di tipo “selvatico” (microrganismi, lombrichi, uccelli insettivori, ecc.), ma dovrebbe interessare anche le piante coltivate (biodiversità coltivata) in merito al numero di specie e di varietà presenti nel campo. Perché è così importante la biodiversità? Affinché l’agro-ecosistema sia stabile e la pratica agricola sostenibile, dovremmo avvicinarci il più possibile a quello che da milioni di anni accade negli ecosistemi naturali, dove ogni funzione è sostenuta dalla presenza di più specie e ogni specie svolge più funzioni. Spostandoci nel settore agricolo (dove gli ecosistemi sono artificiali perché manipolati dall’uomo) la funzione di “protezione del terreno” dalla formazione di crosta e dall’erosione può essere realizzata da tutte quelle pratiche che favoriscono una copertura continua del suolo e che aumentano il contenuto in humus del terreno.

Le pratiche della consociazione e dell’avvicendamento sono alla portata di tutti gli agricoltori e utili per progredire nel cammino di un’agricoltura più sostenibile.

Che si coltivi o meno, nei nostri climi, ogni anno una piccola parte delle sostanze umiche presenti nel terreno è lentamente degradata (mineralizzata) dai microrganismi liberando principi nutritivi (sostanze minerali). Allo stesso tempo, la dotazione in sostanze umiche del terreno può essere rimpinguata a partire dagli apporti organici esterni (residui colturali, fertilizzazioni con compost, letame, erbai da sovescio, ecc.). Se la quantità di humus che viene mineralizzata non è compensata da quella che si forma, ci sarà un impoverimento del sistema e, di conseguenza, la coltivazione del terreno diventerà non più sostenibile e richiederà apporti energetici sempre più elevati (circolo vizioso).

Ogni indagine in questo campo accresce in noi la meraviglia di scoprire quanto sia complesso e affascinante quella sorta di organismo biotico-abiotico che è il terreno e di sorprendersi come uno strato così sottile rispetto allo spessore della crosta terrestre, sia responsabile della vita e della sopravvivenza di un così elevato numero di esseri viventi, tra cui le piante coltivate e, di conseguenza, anche l’uomo.

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