Biologico senza chilometro zero?


Incoerenze e contraddizioni nel modello biologico 

Pere biologiche argentine, banane e arance biologiche del sud america, ananas biologici del Costarica, ecc. ecc. Ma non solo; anche prodotti biologici del sud Italia per i consumatori del nord e viceversa. Ci poniamo la domanda: come è possibile considerare biologici prodotti che percorrono migliaia di chilometri producendo emissioni inquinanti?

In un nostro contributo abbiamo enunciato un principio cardine: la ECONOsostenibilità, una sorta di fusione della sostenibilità ambientale con la sostenibilità economica, attraverso la quale produrre con criteri sostenibili diventa anche economicamente vantaggioso. Abbiamo sostenuto in particolare che l’intero processo di produzione deve essere econosostenibile. Ebbene, nel caso dei prodotti alimentari biologici,

l’errore sta, a nostro avviso, nel non considerare l’intero processo di produzione al fine della concessione della certificazione biologica.

Ovviamente a priori non è possibile sapere dove frutta e verdura verrà commercializzata, soprattutto se interviene la grande distribuzione; questo crea delle difficoltà importanti nella gestione delle certificazioni che potrebbero essere risolte con obblighi di etichettatura.
Ma lasciando da parte le difficoltà applicative, ci chiediamo perché produrre i prodotti alimentari bio in terre lontane? I motivi possono essere diversi; tra questi:
  • la riduzione dei costi di produzione, spesso legati al costo della manodopera;
  • i minori vincoli amministrativi (e di controllo?);
  • la specificità del prodotto, come nel caso dei frutti esotici;
  • per sfruttare il clima al fine di poter soddisfare la domanda tutto l’anno.

Vediamo alcune considerazioni.

Biologico e costi di produzione

Il tema è vasto. Sarebbe riduttivo confinarlo solamente all’interno di una discussione sulla sostenibilità. La concorrenza, sleale, dei paesi stranieri a basso costo della manodopera e con livelli inferiori di tutele normative è un tema che richiama discussioni su argomenti quali gli accordi di libero scambio. Questioni che vanno oltre i confini nazionali perché decisi a Bruxelles. Gli effetti possono essere importanti e difficili da comprendere dall'opinione pubblica: si pensi al caso delle arance di sicilia che non vengono raccolte per mancanza della convenienza economica1.

Biologico e stagionalità

Per poter garantire sugli scaffali determinata frutta e verdura tutto l’anno si ricorre, nei periodi fuori stagione, ad importazioni da paesi lontani. Questo determina, come detto in precedenza, costi ambientali per trasferire la frutta e verdura non di stagione sulle nostre tavole. Qualora invece la produzione avvenga utilizzando ambienti protetti riscaldati, anche se locali, vengono sostenuti costi ambientali incrementali per la produzione, quali appunto il riscaldamento.

Siamo dinnanzi ad un modello di consumo sbagliato che determina un modello di business altrettanto errato.

Da un lato si sostiene che la produzione è determinata dalla domanda; dall’altro che la domanda viene stimolata dalla presenza del prodotto sugli scaffali. Errori che si autoalimentano senza poterne determinare la causa scatenante: è nato prima l’uovo o la gallina? Per interrompere questo cortocircuito è necessaria un'altra economia ed in particolare c’è un modo solido e duraturo per stimolarne la diffusione: l’educazione alimentare, partendo dai bambini delle scuole, a loro volta capaci di contaminare la famiglia. Bloccando la domanda sarà possibile rendere non economica l'offerta di prodotti fuori stagione.

Biologico e controlli

Si sa, noi italiani siamo considerati dei furbetti per natura. Ma nel campo dei prodotti biologici, è più volte accaduto che le truffe siano partite da paesi lontani. Vedi l’inchiesta di Report di qualche tempo fa. Lasciando il beneficio del dubbio, va considerato che è sicuramente più agevole gestire i controlli all’interno dei confini nazionali.
Nell'ultimo periodo si è aggiunto anche un indebolimento normativo col nuovo regolamento Europeo sull’agricoltura biologica, meno restrittivo rispetto alla normativa nazionale. Scelta questa che, se confermata definitivamente, va in senso opposto a quanto da noi prospettato, ossia ad un indebolimento del marchio biologico. Sembra di poter affermare che il ragionamento alla base del nuovo regolamento UE sia quello di adeguare la capacità produttiva di alimenti biologici alla crescente domanda, allentando le richieste del disciplinare, con conseguente diminuzione della forza distintiva dell'agricoltura biologica rispetto al convenzionale

Biologico ed etica

In realtà l’importazione di prodotti alimentari da zone lontane riguarda anche i prodotti convenzionali. Ci sono dei prodotti alimentari non coltivati o difficilmente coltivabili nel nostro territorio, sia esso per caratteristiche climatiche o per storicità economica. Si pensi ad esempio ai prodotti esotici. Ma il loro consumo è davvero così necessario? Qui entriamo in una questione di carattere etico (o a volte di semplice moda alimentare). Rinuncereste al consumo della papaya del Ghana in favore di un mondo più ecologico?

Biologico e ECONOsostenibilità

Ma allora il biologico ha senso? Certo! Ma a condizione che biologico significhi anche sostenibile; quindi, riteniamo che il biologico non possa prescindere dal cosiddetto kilometro zero. Altrimenti, dipende!

Va valutato l’intero processo produttivo, così che non è da escludere che una produzione convenzionale locale fatta con seri criteri di sostenibilità sia da preferire al biologico.

Proprio perché l'Italia è in grado di fornire cibo alla popolazione insediata, garantendo una dieta varia e un apporto nutrizionale bilanciato, non è necessario incrementare le importazioni alimentari nel nostro territorio ma sviluppare i mercati locali per la distribuzione di cibi freschi e di qualità.2

L'altra faccia della medaglia

Abbiamo parlato di un principio generale che riteniamo indispensabile per lo sviluppo del modello di business dell'agricoltura biologica; purtroppo non è semplicissimo da attuare e ha anche aspetti non troppo graditi, pur tralasciando considerazioni di mero business.
Naturalmente non è possibile consumare solo a km zero. Nella vita quotidiana, la nostra dieta, molto varia, include alimenti di cui ragionevolmente sarebbe difficile privarci. Si pensi al formaggio Grana o agli agrumi della Sicilia. Come consumatori siamo però chiamati a fare scelte consapevoli che privilegiano prodotti locali o almeno nazionali.
Consumare a chilometri zero penalizza l'export. Per un paese come l'Italia, impegnato a valorizzare il Made in Italy nel mondo, far passare il messaggio "consumate prodotti locali" è scomodo. Ma le generazioni future cosa ne penseranno dell'economia globale che abbiamo creato e dato a loro in dote? Il nostro pianeta Terra quanto reggerà a questo livello di sfruttamento non ecosostenibile? La speranza allora ricade, perlomeno, in mezzi di trasporto più ecologici e ad una diffusa applicazione della ECONOsostenibilità.

1In questo caso non ci riferiamo a produzioni biologiche 
2
Ilaria D'Ambrosi in expo2015.org

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