Great Pacific Garbage Patch


Uno studio americano rivela che nel mondo l'83% dell’acqua potabile della terra è contaminata da microplastica. Di conseguenza, oltre ad ingerire le micro particelle attraverso la catena alimentare, le troviamo anche nell'acqua che beviamo. Vediamo un po’...

E’ da molto tempo che volevamo trattare il tema dei rifiuti; è incredibile quanti ne creiamo ogni giorno e, nella maggior parte dei casi, si tratta di imballaggi. Sempre necessari? Abbiamo dei dubbi! Sulla rivista Consumatori e responsabilità di Coop Alleanza 3.0 è uscito un interessante articolo, intitolato ‘Un mondo di microplastica’ a firma di Claudio Strano, sul tema dell'inquinamento idrico e dei rifiuti di plastica.

La ricerca

L’articolo riporta una ricerca, intitolata Invisibles: the plastic inside us, condotta da Orb Media, una organizzazione non profit di Washington che ha lavorato con le università di New York e del Minnesota, e poi condivisa con Il Guardian. Per alcuni la ricerca non ha seguito tutti i canoni richiesti dal mondo scientifico, in quanto le quantità dei campioni esaminati sono troppo esigui. Ma riteniamo siano comunque un ricerca significativa, anche perché accompagnata da altre ricerche concordanti.

La plastica

Si tratta di uno dei materiali più utilizzati al mondo, ma questo lo sappiamo! Produciamo 300 milioni di tonnellate annue e ben una decina di milioni finiscono in mare… In particolare l’attenzione va posta sulle microplastiche, invisibili ai nostri occhi; derivano in gran parte dai prodotti realizzati in micro fibre sintetiche, per intenderci quelle dei vestiti che portiamo abitualmente.

La dimensione del problema

Ebbene, perché ne parliamo? Alcuni dati dell'inquinamento idrico:

  • 150 milioni di tonnellate di plastica sparsa nei mari di tutto il mondo
  • 8-10 milioni di plastica che finisce in mare ogni anno
  • L’80% del totale della plastica recuperata nel mediterraneo è composta da microplastica (inferiore ai 5 mm di lunghezza)

(fonte: Wwf)

Ma una volta in mare, dove finisce tutta questa plastica? Sono stati stimati più di 5 trilioni di pezzi di plastica che vagano per gli oceani che tendono a raggrupparsi in cinque vortici di spazzatura. Il più grande è il Great Pacific Garbage Patch, tra le Hawaii e la California, una vera e propria isola di plastica nel pacifico. Non riesci ancora ad immaginare la vastità del problema? Eccoti allora un video pubblicato nel canale Youtube di oceanpollutionpatch.

Pensi ancora che il problema dell'inquinamento idrico non ci riguardi? Troppo lontano? Pensa che, ci racconta Claudio Strano nell’articolo in commento, «se nel vortice subtropicale del Pacifico, nel 1999, sono stati stimati circa 335.000 frammenti di plastica per chilometro quadrato, in un mare chiuso come il Mediterraneo la media è di circa 1,25 milioni di minuscoli pezzettini scambiati per uova dai pesci. Quasi 4 volte tanto». Convinto ora?

I risultati della ricerca

La ricerca ha analizzato 159 campioni di acqua di 14 diversi paesi del mondo. L'83% mediamente è risultato contaminato con un massimo del 94% negli Stati Uniti (forse Trump dovrebbe rivedere le sue posizioni su ambiente e clima…) e un minimo, poco rassicurante, del 72% in Europa. La distribuzione uniforme fa pensare che il principale veicolo di propagazione delle "polveri" di polimeri sia l'aria, il cui inquinamento atmosferico finisce per infiltrarsi creando l'inquinamento delle falde acquifere. Si tratta di nanoparticelle, fino a 80mila volte più sottili di un capello, originate da un’ulteriore degradazione delle microplastiche. Gli studi su questo tema sono recenti ma la logica sembra sensata. Un paio d'anni fa da una ricerca francese sono arrivate le prime conferme a questa teoria.
A complicare la problematica c’è il fatto che queste «"nubi invisibili" trasportano agenti patogeni e sostanze chimiche, oltre a contenerle, che poi rilasciano negli organismi viventi o che vanno ad annidarsi in prodotti alimentari come, birra, miele o sale da cucina, dove sono stati individuati da altri studi questa volta tedeschi».
I maggiori responsabili sembrano essere le fibre sintetiche dei vestiti "stretch", i pile e i vestiti acrilici, nonché il lavaggio dei tappeti. Il circolo partirebbe quindi dalle lavatrici e asciugatrici; secondo l'università di Plymouth gli indumenti sintetici rilasciano fino a 700mila fibre ad ogni lavaggio, di cui gli impianti di depurazione degli Stati Uniti riescono a bloccarne poco più della metà.
Altro settore sotto osservazione è la cosmetica, a causa delle microplastiche presenti in detergenti, dentifrici, creme solari e da viso.

Effetti per la salute

Gli effetti per la salute umana dell'inquinamento idrico non sono ancora ben noti e si sta ancora indagando; in particolare l'Efsa, l'Autorità europea per la sicurezza alimentare. Ad ogni modo, qualunque sia il risultato delle ricerche non è difficile concludere che, nella migliore delle ipotesi, non fa di certi bene… Riteniamo che gli studi siano utili ma in questo caso la priorità è agire per arginare la problematica.
Per Muhammad Yunus, premio Nobel per la pace 2006, sapere che beviamo fibre sintetiche (fibre di plastica) non deve creare allarmismi ma è «una notizia che dovrebbe scuoterci».
Elevate concentrazioni di microplastiche si misurano soprattutto nei pesci; ovvia conseguenza dell’immissione in mare. Sul sito dell'Efsa Peter Hollman, professore associato di nutrizione e salute presso l’Università di Wageningen, nei Paesi Bassi, osserva che «poiché le microplastiche sono presenti per lo più nello stomaco e nell’intestino, che di solito vengono eliminati, i consumatori non ne risultano esposti. Tuttavia, nel caso dei crostacei e dei molluschi bivalvi, come le ostriche e le cozze, il tratto digestivo viene consumato, per cui si ha una certa esposizione».

Cosa fare?

Ovviamente la plastica non va demonizzata essendo presente in quasi tutti i prodotti realizzati dall’uomo. Concordiamo con l’autore dell’articolo in commento: vanno fatte delle scelte oculate.
Il marketing… gli amici che si occupano di questa importante funzione aziendale mi odieranno; Ma anni fa, da un episodio, sono rimasto colpito da quanto le esigenze del marketing portino a creare imballaggi inutili, se non per il marketing stesso. E’ stato il caso dei cd della Microsoft. Ebbene, ad un certo punto, Microsoft decide di non fornire più il cd dei suoi programmi ma di consegnare solo la chiave di attivazione. Ebbene, a fronte della fornitura di un codice, continuava ad inviare il medesimo involucro: plastica e carta a volontà. Certo, la scusa era: il cliente si scarica il programma, masterizza il cd, lo mette nella custodia… Davvero? Non ne siamo convinti! Tanto è vero che ora non viene più fornito…
Ebbene, è necessario ridurre gli effetti negativi degli imballaggi di plastica e non solo seguono la policy delle 3R: Riduzione, Riuso e Riciclo.
Riduzione
Dal 1° gennaio 2018 vengono definitivamente vietate le buste di plastica nei supermercati e in tutti i punti in seguito al recepimento di una normativa europea. Anche i sacchetti più leggeri, utilizzati come contenitori primari, dovranno essere biodegradabili e compostabili con un minimo del 40% di materia prima rinnovabile (a crescere fino al 60% dal 2021).
Riuso plastica
Ma questo non basta! E’ necessario usare minori quantità di imballaggi, privilegiando materiali da imballaggio riciclabili o compostabili oppure riutilizzare imballaggi reimpiegabili.
Un'altra strada per non inquinare l'ambiente è quella che porta alla bioplastica,biodegradabile al 100%: l’Italia in questo settore è tra i paesi più promettenti.
Riciclo plastica
Uno dei modi più efficaci per diminuire l’inquinamento da plastica è raccoglierla e riciclarla all’interno di una economia circolare. Con il riciclo della plastica, «una bottiglia può tornare a essere materia prima, creando lavoro, nuove professionalità e nuove imprese». A crescere e a far dunque ben sperare è il riciclo che nel 2016 ha visto riciclate 550mila tonnellate di rifiuti di imballaggio in plastica provenienti principalmente dalla raccolta differenziata.

Bioeconomia

Un limite alla teoria del riciclo è definito nella teoria della Bioeconomia. Con il termine Bioeconomia si indica una teoria economica proposta da Nicholas Georgescu-Roegen per un'economia ecologicamente e socialmente sostenibile.
Egli riteneva che qualsiasi processo economico che produce merci materiali diminuisce la disponibilità di energia nel futuro e quindi la possibilità futura di produrre altre merci e cose materiali.
Inoltre, nel processo economico anche la materia si degrada ("matter matters, too"), ovvero diminuisce tendenzialmente la sua possibilità di essere usata in future attività economiche: una volta disperse nell'ambiente le materie prime precedentemente concentrate in giacimenti nel sottosuolo, queste possono essere reimpiegate nel ciclo economico solo in misura molto minore e a prezzo di un alto dispendio di energia. Tale principio è stato definito provocatoriamente dal suo autore, Georgescu-Roegen, Quarto principio della termodinamica.
Materia ed energia, quindi, entrano nel processo economico con un grado di entropia relativamente bassa e ne escono con un'entropia più alta. Da ciò deriva la necessità di ripensare radicalmente la scienza economica, rendendola capace di incorporare il principio dell'entropia e in generale i vincoli ecologici. Ti rinviamo anche al nostro articolo sulla ECONOsostenibilità: l'economia ecosostenibile.
Parzialmente ispirata ai concetti della bioeconomia è la Permacultura, ossia l'insieme di pratiche agronomiche che si prefigge l'obiettivo di preservare la fertilità dei campi tramite imitazione della natura.
(Tratto da wikipedia)

La ricerca

Infine, ma forse è l’aspetto più importante, la ricerca. In Italia siamo all’avanguardia: dall’invenzione del materBi, un materiale di origine vegetale, biodegradabile, ai più recenti polimeri green che si degradano in 70 giorni brevettati da un’azienda italiana impegnata nella chimica sostenibile.

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