E' uscita nei mesi scorsi una ricerca realizzata da Eosta, Soil & More, che mette in evidenza come:

non siano i prezzi dei prodotti da agricoltura biologica ad essere troppo alti ma viceversa sono i prezzi dei prodotti da agricoltura convenzionale ad essere troppo bassi.

Questo perché essi non tengono conto dei costi sociali che il modello produttivo convenzionale fa sostenere direttamente alla società. 

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Questa inversione del punto di vista determina la messa in discussione del modello comunemente accettato e più comodo da affermare che considera i prodotti bio più costosi. In altri contesti non è così. Si pensi all’indignazione quando un’azienda europea, a norma con sicurezza e impatto ambientale, subisce la concorrenza sleale di realtà dei paesi low cost che, avendo minori obblighi, riescono a praticare prezzi di vendita inferiori.

Cosa si potrebbe fare

Per favorire lo sviluppo dell’agricoltura biologica, si potrebbero concedere dei contributi alle aziende che producono in modo ecologicamente compatibile. Si tratterebbe in sostanza di contributi in conto esercizio che andrebbero a ridurre i costi di produzione. Di conseguenza le aziende riuscirebbero ad abbassare i prezzi al dettaglio, diventando concorrenziali con i prodotti convenzionali. Concorrenziali come prezzo e di qualità superiore, pertanto vincenti. Questa impostazione ha però degli svantaggi:

  • richiede la messa a disposizione di fondi pubblici per concedere i contributi
  • non crea nessuna “educazione al consumo” tra i consumatori
  • qualcuno potrebbe obiettare che si tratta di aiuti che discriminano le aziende estere che commercializzano sul nostro territorio

C'è una soluzione migliore

Sarebbe forse più opportuno inserire un contributo sulla produzione o importazione di prodotti convenzionali (facendo digerire a qualcuno che non si tratta di dazi in importazione di tipo protezionistico...); certo, si tratterebbe di un nuovo esborso che alla fine peserebbe sul consumatore ma dall’altro lato genererebbe risorse da poter utilizzare a livello statale per progetti di agricoltura ECONOsostenibile oppure per ridurre la pressione fiscale, compensando il maggior costo al consumo. Si stimolerebbe quindi la consapevolezza che acquistando prodotti da agricoltura convenzionale si consumano risorse naturali che non ci appartengono e che possiamo solo prendere in uso mantenendone intatte le caratteristiche per le generazioni future.

Obiettivo: far pagare chi utilizza le risorse naturali in modo non ECONOsostenibile

Non da ultimo, l'aumento dei produttori bio genererebbe per tutto il sistema una spinta all'evoluzione tecnologica e produttiva con conseguenti economie di scala per il sistema che determinerebbero una riduzione dei costi di produzione e, in ultima analisi, del prezzo sullo scaffale.

Temi aperti

Rimane da approfondire:

  • Elasticità della curva di domanda dei prodotti alimentari;
  • Impatto sull'export;
  • Gestione del periodo di transizione per le aziende in conversione.

Non è una novità

Questa impostazione è già stata utilizzata in altri settori. Si pensi al contributo RAEE che ha permesso di soddisfare l’esigenza di far contribuire ai cittadini al costo sociale dello smaltimento delle apparecchiature elettroniche a fine vita. Altri esempi sono il contributo per lo smaltimento di pneumatici usurati e il contributo sugli imballaggi che rappresenta la forma di finanziamento attraverso il quale CONAI ripartisce tra produttori e utilizzatori il costo per i maggiori oneri della raccolta differenziata, per il riciclaggio e per il recupero dei rifiuti di imballaggi.

Il Giusto Prezzo

Questa impostazione aiuterebbe anche a corrispondere al produttore di prodotti biologici un prezzo più giusto, in quanto riduce la pressione della concorrenza del convenzionale. Ma cos’è il “Giusto prezzo”? Ce lo spiega Fabio Brescacin presidente di EcorNaturasì: «Si costruisce capendo da un lato quali sono le necessità dell’agricoltore, quanto costa fare quel prodotto e continuare a farlo nel futuro, e dall’altro che qualità di prodotto il consumatore vuole. Per prima cosa parliamo con gli agricoltori e sentiamo le loro esigenze, poi entra in gioco il consumatore che può essere disposto a pagare qualcosa in più per sostenere il produttore ma deve anche avere accessibilità al bene. Noi commercianti dobbiamo trovare il punto di equilibrio. Il concetto di base è uscire dalla legge della domanda e dell’offerta, terribile e inesorabile, per la quale un pomodoro cinese, per dire, può mettere in ginocchio un’intera filiera».

C’è un modo per evitare tutto questo?

Beh, sì! La cultura del consumatore. Più il consumatore è informato più saprà scegliere la miglior qualità e sarà disposto a spendere di più per un prodotto bio.

Una domanda forte e consapevole è in grado di far modificare i sistemi produttivi.

Ma non dobbiamo dimenticare che, soprattutto in periodo di crisi, non sempre le finanze sono tali da permettere al consumatore, sebbene consapevole, di fare la scelta migliore.

Ma tu.. cosa ne pensi?

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